Che cosa è la post-verità?

Nel novembre del 2016, Oxford Dictionaries ha eletto parola dell’anno post-verità. Il lemma esprime una «relazione con una connotazione di eventi in cui i fatti oggettivi sono meno decisivi per formare una opinione pubblica, rispetto al ricorso ad emozioni e credenze personali».
Nell’arco di un paio d’anni, il termine post-verità esorbita da una dimensione occasionale o marginale alla pubblica discussione, per piombare prepotentemente nel cuore dell’opinione pubblica, del dibattito politico contemporaneo.
Indubbiamente, la spettacolarizzazione della politica la rende omogenea all’infotainment, la sua estetica è omologa al marketing diffuso in cui la retorica praticata dagli antichi sofisti, nello scarto di finzione pur esistente tra parola e corpo, denudato dai parresiasti cinici, oggi si estende come forma di vita in cui la singolarità plurale di ciascuno di noi viene tutta assorbita dal simulacro dell’individuo, scisso in sé e separato dalle sue istanze collettive. E del resto, non viviamo la depoliticizzazione quotidiana come costo per l’illusione di una libertà individuale, di una sicurezza personale? Senza accorgercene, la governance neoliberale annuncia l’ingresso in una era post-politica in cui la rigidità amministrativa regolamenta il conflitto delle volontà politiche, neutralizzandolo talmente in anticipo da assoggettarci all’anonimato delle autorità prive di imputazione di responsabilità, già degradata a semplice accountability.